Filippo Dami – Professore associato di Diritto tributario presso l’Università di Siena

Nel dibattito sui contenuti della possibile riforma del sistema fiscale, fanno irruzione i dati contenuti nella Relazione sul Rendiconto Generale dello Stato per il 2019 della Corte dei Conti. In particolare, dai risultati delle attività di riscossione emerge un quadro desolante che, secondo alcuni, implicherebbe la necessità di far diventare centrale una revisione del sistema di riscossione coattiva, magari accompagnandolo da qualche forma di smaltimento facilitato dello stock delle cartelle di pagamento “incagliate”. In verità la riforma del sistema di riscossione non sembra una priorità; tanto meno, nell’attuale momento storico possono essere messi in discussione i meccanismi di possibile dilazione nel pagamento dei tributi. Serve, semmai, intervenire “a monte”, rendendo più equo ed efficiente l’adempimento spontaneo del contribuente…

Nel dibattito sui possibili contenuti della riforma del sistema fiscale, alla quale il Governo ha annunciato di lavorare, fa “irruzione” quanto indicato nella Relazione sul Rendiconto Generale dello Stato per il 2019, che la Corte dei Conti ha presentato lo scorso 24 giugno.
Tra i molti temi che vengono affrontati relativamente alle questioni tributarie, ha già destato uno specifico interesse quanto si legge in merito ai risultati delle attività di riscossione coattiva. A pagina 15 della propria sintesi la stessa Corte rileva, al riguardo, che “il volume complessivo delle riscossioni a mezzo ruoli fra il 2000 e il 2019 è stato di 133,4 miliardi, a fronte di un carico netto di 1.002,8 miliardi, con un indice di riscossione del 13,3 per cento”, che risulta, nella sua serie storia, “mediamente più elevato per gli anni risalenti” riducendosi “pressoché” progressivamente negli anni successivi”.
Si tratta di dati che, secondo i magistrati contabili, “mettono bene in evidenza i limiti dell’attuale sistema di riscossione non spontanea dei crediti pubblici”, specialmente con riferimento ai meccanismi di adempimento rateale i quali, “nonostante le ottimistiche previsioni che – un decennio fa circa – hanno accompagnato l’istituzionalizzazione di tale forma di pagamento”, non hanno in alcun modo migliorato il tasso di riscossione.
Anzi, sempre per quanto si legge nella sintesi, “il peso preponderante delle riscossioni realizzate in ambiti diversi dalla tradizionale attività di riscossione coattiva, è destinato a riflettersi sui piani operativi e quindi sugli obiettivi istituzionali dell’Agente della riscossione, sempre più proiettato a gestire piani di rateizzazione, riconducibili ad una surrettizia attività finanziaria, ovvero istanze di definizione agevolata, ormai consentite in via pressoché permanente, a discapito della tradizionale attività di riscossione coattiva”, tanto da chiedersi se “in una prospettiva di consolidamento delle menzionate propensioni operative in atto ormai da più anni, l’affievolirsi delle azioni di riscossione coattiva sia compatibile con il conseguimento degli obiettivi di contrasto dell’evasione fiscale”, dovendosi peraltro considerare anche lo scarso successo, in termini di recupero effettivo delle risorse, delle varie “rottamazioni” succedutesi nel tempo.
Da questa analisi, alcuni commentatori, da un lato, hanno ipotizzato la necessità di dare centralità, nella prospettata riforma, a una revisione della disciplina della riscossione e, dall’altro, immaginato che la stessa sia accompagnata da una “pulizia” del c.d. “magazzino delle cartelle fiscali”, che il Presidente della Commissione Finanze Luigi Marattin, in una recente intervista, non ha escluso, ipotizzando che si possa accompagnare a una voluntary disclosure sul contante, bilanciata da una digitalizzazione dei sistemi di pagamento.
Personalmente, nutro forti perplessità per ciascuno di questi possibili scenari. Anzitutto, ritengo che quella della modifica dell’attuale disciplina (e dei correlati meccanismi) di riscossione coattiva non sia assolutamente la priorità di una (per il resto auspicabile) riforma del nostro sistema tributario. E ciò non solo perché quelle che attualmente conosciamo non sembrano disposizioni inadeguate ad assicurare il recupero delle somme non versate (che, infatti, tali tipicamente restano perché intervengono su condizioni patrimoniali ab origine irrimediabilmente deteriorate), ma per un’ulteriore (se non propedeutica) considerazione, che si spiega utilizzando un triste paragone al quale ci ha purtroppo abituati la situazione sanitaria che stiamo vivendo: la riscossione coattiva sta alla corretta attuazione del rapporto tributario, come il ricovero in terapia intensiva alla cura di un malato contagiato da una forma virale.
Tradotto, significa che quando il contribuente finisce sotto l’attenzione dell’Agente della riscossione è perché, almeno nella maggioranza dei casi, qualcosa non ha funzionato a dovere nelle fasi precedenti. Sono queste ultime quelle sulle quali si deve quindi sviluppare lo sforzo di un reale intervento riformatore.
Intendo dire che l’infedeltà fiscale dei contribuenti (e, quindi, la mancata corresponsione dei tributi dovuti) non si contrasta intervenendo sulle disposizioni che regolano il recupero delle somme non versate, ma cercando di relegare questa ad una ipotesi circoscritta di reale patologia.
Il che implica la necessità di rendere più equa e, soprattutto, efficiente la dinamica (fisiologica) dell’adempimento (spontaneo) dell’obbligo impositivo. E, per far questo, non serve soltanto – e come da sempre (con una sorta di litania) viene sottolineato – approntare una reale semplificazione degli adempimenti (che soddisfi altresì l’esigenza di facilitare l’azione di controllo da parte degli Uffici), ma anche rendere sostenibile, sul piano strettamente finanziario, l’onere che grava sul contribuente (che, infatti e come detto, subisce tipicamente l’azione di recupero su un patrimonio da tempo dissolto).
Ecco perché le censure ai meccanismi di pagamento rateizzato non colgono nel segno, almeno se le si devono leggere come sollecitazione a una loro riconsiderazione.
È stato, infatti, proprio il loro progressivo rafforzamento che ha evitato in questi anni che lo stock del “magazzino delle cartelle” assumesse proporzioni ben più preoccupanti di quelle (già rilevanti) che, come visto, sono state comunque registrate, anche considerando il perdurare (e ora l’acutizzarsi) di una crisi economica che impone, nel necessario coordinamento di tutti gli interessi generali costituzionalmente protetti, un sacrifico (controllato) anche di quello fiscale.
Con la conseguenza per cui, se davvero il problema, come la Corte dei Conti segnala, è la gestione dei piani di rateizzazione da parte degli agenti della riscossione, quello che merita un ripensamento non sono le disposizioni che consentono la dilazione, ma la dinamica organizzativa dell’attività di questi ultimi.
Tutto questo, ovviamente, non trascurando l’efficace perseguimento (che già il nostro sistema penal-tributario conosce) delle condotte fraudolente, proprie di coloro che sottraggono scientemente i beni sui quali lo Stato potrebbe altrimenti soddisfarsi.
Nella prospettiva sin qui assunta, infine, non sembra imminente neppure la necessità di approntare condoni e nuove rottamazioni che, da un lato, costituiscono la dimostrazione dell’incapacità di un sistema tributario di operare secondo dovuti canoni di efficienza e di equità e, dall’altro, fiaccano le positive pulsioni dei contribuenti onesti, per di più, al prezzo, come ha segnalato la Corte dei Conti, di portare nelle casse dello Stato somme ben inferiori alle originarie aspettative.
Pubblicato da Quotidiano Ipsoa il 19 SETTEMBRE 2020